La ciotola che resta piena

Racconti dal villaggio

La ciotola che resta piena

Quando arrivo al villaggio, la prima cosa che faccio è guardare le ciotole.
Non serve avvicinarsi troppo: basta un colpo d’occhio. Vuote, mezze vuote, rovesciate. È così che capisci se tutto è andato come doveva.

Quel giorno, invece, una ciotola è piena.

È appoggiata contro il muro di una casa bassa, dove il sole arriva tardi. È pulita, intatta. Il cibo non è stato toccato. Non è normale. In quel punto passa sempre qualcuno, anche solo per curiosità.

Mi fermo. Aspetto qualche secondo, come se la situazione potesse cambiare da sola.
Poi guardo intorno. I gatti ci sono, sparsi come sempre: uno sul tetto, due più lontano, un altro seduto all’ombra. Nessuno si avvicina.

La ciotola resta lì.

Non succede niente di evidente. Nessun rumore, nessuna fuga improvvisa. Solo quella presenza fuori posto, che pesa più di un’assenza dichiarata.

Passano minuti. Forse di più. Alla fine mi avvicino, sposto la ciotola di qualche centimetro, come per verificare che sia reale. Lo è.

In questi luoghi impari a non fare domande inutili.
Le risposte, se arrivano, lo fanno più tardi. A volte non arrivano affatto.

Quando me ne vado, la ciotola è ancora piena.
Il villaggio continua a fare quello che ha sempre fatto: trattenere le cose senza spiegazioni.

Questo racconto nasce da una giornata reale nel villaggio di San Salvatore, accanto alla colonia dei Gatti Scalzi.
La loro storia continua ogni giorno, anche quando sembra non succedere nulla.

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